Ciro Adrian Ciavolino


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Odori

Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora


















Ma è una notte di maggio,
che ci si può aspettare di più.
E se questa è una canzone
con cui davvero si può parlare
in questa sera ferita da non lasciarsi andare,
in questa notte da soli che non ci si può vedere,
e non ci si può contare, ma solo ricordare:
io conosco la mia vita e ho visto il mare,
e ho visto l’amore vicino da poterlo toccare…
Ma nelle notti di maggio non può bastare
la voce di una canzone per lasciarsi andare,
nelle notti come questa che ci si può aspettare
se non una canzone per farsi ricordare da te,
per farsi ricordare da te.
Ivano Fossati per Fiorella Mannoia:
Le notti di maggio – 1988



O d o r i




Gentile Signora,
In tempi come questi ancora metto un cappello per proteggermi dall’umidità della notte, non posso andare cuntanno ‘e stelle ca so’ asciute perché tengo ll’uocchie sotto ‘o cappiello annascunnuto, non alzo la testa per via dell’artrosi cervicale che, con mia perfida consolazione, divido con tante persone che mi dicono a chi lo dici. Il buio mi aiuta a ricordare, ma in notti come questa ci giriamo intorno per illudere i nostri impauriti e stravolti nasi di poter rintracciare l’addore d’‘e ciardine, ma dove sta, chi te lo dà. Allora posso vedere il mare, in certe notti, quando la luna che non è rossa, ma algida come stagno, si stampa tra Capri e Ischia, e come una Aracne arpeggia nel cielo i suoi raggi, con i quali tesse trame d’argento sui riccioli d’acqua ondulati dalla brezza che viene ‘a copp’ ‘o capo e Pusilleco addiruse. Allora in notti come questa cosa devo fare, devo stirarmi come un by-pass tra i cumuli di munnezze casalinghe che si intrecciano in una spirituale comunione dei vivi e dei morti, mettendo al naso, che non è affatto indifferente, un fazzoletto o la sciarpetta, che spesso porto come un jabot, e correre verso meno maligne mete. Mentre le storie dei domestici rifiuti come messaggi di vita si confrontano e si confidano, raccontando vicende di persone che pur vedendosi ogni giorno per la stessa strada, da anni, non si salutano neanche. Non si salutano. Che dico, Signora, si salutano, non scambiando convenevoli o sorrisi, ma lanciandosi, moderni discoboli, da un balcone all’altro, certe buste che spesso lasciano nel tragitto aereo il loro contenuto, come una natalizia cometa, per giungere poi al suolo con la leggerezza di una piuma, mentre ‘a luna guarda e dice, si fosse ancora overo...

Potrei sembrare retorico, tuffandomi in altri giorni di maggio. Ma lo faccio. Lo faccio in questa sera ferita come Fiorella Mannoia mi suggerisce con le sensuali asperità della sua meravigliosa voce, anche se nelle notti di maggio è soltanto una canzone per farsi ricordare, mi lascio andare, sì, mi lascio andare, accompagnandomi ad una delle più belle canzoni degli ultimi vent’anni. Non invocherò un cielo stellato di comete colorate, anche se ci vengono sempre in mente, del resto anche quelle, oggi, le ritrovo vedendo un omino che s’apposta a venderne nella strada qui sotto, e non hanno la geometrica perfezione delle comete mie, dei maggi miei sulla tolda di una nave, ‘ncoppa all’àsteco, sono anche di plastica, hanno forme orientali, come draghi cinesi, o civettuole allusioni nordiche, di dei Asi, o di guerrieri celtici, asburgici, e pieghevoli. Senza odore, se parliamo di odori. E ne dovevamo parlare, Signora, ora ricordo, ne dovevamo parlare, di odori, parliamone. Noi andavamo a comprare comete di prima mano da due vecchiette vestite di nero, in una casa ‘ncopp’i grariatelle r’’a ciucciara, dove ci inoltravamo in una casa piena di immagini di santi, di esca di vriccillo, e di masserizie che ricordavano la rivoluzione partenopea del millesettecentonovantanove. In quella casa, tra colla, acqua di mare, esca che moriva e zirlii di zoccole che non potevano mancare in una specie di corte dei miracoli, ci pareva di sentire odori familiari, come una placenta comunitaria nella quale tutti potevamo credere di essere nati. E lì siamo nati, Signora, e come vede non ce ne vergogniamo, e non dimentichiamo come accade a certe persone, anche a me prossime, pezzienti risagliuti nelle loro case linde e profumate di violentissime essenze da supermercato, dove se c’è qualche libro è soltanto un parallelepipedo decorativo, intonso, dove per non infierire sarebbe scortese chiedere qual è l’ultimo che hanno letto, se mai ce ne fosse stato il primo.
Tutte le mercerie sfatte di tempo, di sole e di lave d’acque che tracimavano dai canaloni, da ammiezatorre fino abbasciammare, esponevano questi trofei di carta velina. Ma comme fora ‘a puteca ‘i Fiucchella, ‘na cumeta, che già godeva nella sua quadrata immobilità di luminescenti brividi nei suoi festoncini per i leggeri venti che annunciavano ‘na sera ‘e maggio, non posso trovarla a Pordenone o a Potenza. Anzi, non posso proprio più trovarla, perché Fiucchella è un mito soltanto di memoria nostra, e non posso trovare nulla ‘ncopp’ ‘e grariatelle r’’a ciucciara, lì ci fu un crisma antico, che ricevemmo ed è rimasto segnato nel petto, una stimmata che porto ancora in giro nel vento delle sere di maggio.

Un sacco di iuta con l’odore del sacco di iuta vera spuntava nel vicolo, il rammaro veniva da luoghi che m’erano nella fantasia lontani, veniva dalla Madonna dell’Arco, o da quei paraggi, Cercola, Somma Vesuviana, terre di calderai, associati all’idea di zingari, ‘i zingari e i caurarari, si diceva di uomini rudi che, usi a batter ferro e rame, erano visti come persone inaffidabili e litigiose. Faceva tappa come stazione di posta nella casa di mia nonna, era un suo parente lontano, prendeva pentole tielle e caurare di rame da stagnare, portava quelle che aveva rivestite all’interno di risplendente metallo. Aprendo il sacco sembrava che dovessero uscire nell’improvviso fulgore della luce rosa e bianca le armature di Orlando e Rinaldo, di Carlo Magno, di Manfredi, di Malagigi, di Milone, erano in quel sacco i miei guerrieri dell’opera dei pupi, il rumore trionfale del pentolame pareva un combattimento contro i saraceni, le sante, se sante potevano essere, crociate, riviveva- no in quegli odori metallici dove mi figuravo vittorie contro eserciti di mori, nei miei occhi balenavano scintille di spade e scimitarre che s’incrociavano, sembrava di sentire odore di zolfo, si avvertiva odore di acidi che il rammaro aveva usato per il suo lavoro.
Non era soltanto allora che quegli odori arrivavano, forse una volta al mese, quegli odori di essenze li potevamo trovare alle botteghe dei ferrarecci, ora dicono ferramenta, si sono evoluti. La parola ferrareccio era bellissima nella nostra parlata, mi è sempre sembrata, che dico, come un Capriccio di Paganini, e ci andavamo volentieri, per comprare liscivia o un poco di colore in polvere. O semmenzelle. Tutti i ferrarecci avevano, ed hanno, una voce nasale, per inalazione continua di una varietà infinita di essenze, si vendevano sfuse. Vendevano di tutto e per tutti, ma queste botteghe hanno perso molto del loro polveroso fascino, per via della confezioni sigillate hanno perso i loro antichi odori, quello di Aprea ‘ncoppavvuardia era diverso da quello di Palomba dirimpetto, dei Vitiello ammiezatorre o di Cuccurullo abbasciammare,o di quello ‘i ‘ncoppadducarbone, sapevano tutte di petrolio e di cuoio, di gomma e di colla di pesce. Di ferro e di catrame, di stoppa. Di vetriolo.

Ma vorrei tornare agli odori di maggio, Signora. Agli odori del mese di maggio nella Parrocchia di Santa Croce, del mese di maggio nella Chiesa del Purgatorio, nella Chiesa di San Michele, nella Madonna delle Grazie, ogni chiesa il suo odore, i suoi incensi, i suoi ceri. E il suo organo. Accanto a quello sfinito di tarli rint’’u Carmine mi trovavo spesso a manovrare leve per nutrire d’aria gli asmatici mantici. Chiese con le sue donne e i suoi canti, chiese piene di teste coperte da veli, un pensiero alla predica con il fattariello finale ed uno alla porta, le ragazze godevano di questo mese mariano per aver permesso di uscire e incontrare oblique occhiate di chi le corteggiava. Alcune portavano negli occhi la felicità di aver ricevuto la dichiarazione. Altre potevano passeggiare col fidanzato in presenza di madri attente. All’Ascensio-ne ci attendeva una caurara per lavare la faccia con le rose, i petali erano lasciati nell’acqua per tutta la notte perché un angelo venisse per benedirla. Io non ne avevo diritto, ma ne godevo alla fine dei lavacri delle donne.
L’acqua era fredda.

C’è una piantina dietro una lapide grigia con una fotografia su porcellana ed un nome, al Viale delle Rose, Compreso Garofano Lato B.
Ci andiamo ogni settimana, dal mese di maggio di quattro anni fa. Comincia a rifiorire, di questi tempi. Di mattina presto i fiorellini violacei come margheritine sono chiusi. Ne ho staccato uno ed ho cercato di saperne il nome. Abbiamo guardato nei libri, mia figlia Pina ha trovato che si chiama Aster Dumosus. Non conosciamo un nome semplice, popolare. Tornando nei miei luoghi consueti, il fiore che avevo in tasca si è aperto, ha le sue ore, i suoi tempi, seppure reciso ha osservato il suo ciclo vitale. Se non può bastare la voce di una canzone, può bastare un fiore per farsi ricordare. Non ha odore suo, ma mi è parso di avvertire un odore. L’odore della memoria, del tempo che passa, così lentamente, nelle notti di maggio.
L’odore della vita, anche quando non c’è più.

Omaggi, Signora.


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Edited by Alfredo Perillo