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Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora
Sassi,
che il mare ha consumato,
sono le mie parole
d’amore per te.
Io
non t’ho saputo amare,
non ti ho saputo dare
quel che volevi da me.
Ogni parola che ci diciamo
è stata detta mille volte,
ogni attimo che noi viviamo
è stato vissuto mille volte.
Gino Paoli: Sassi - 1960
P i e t r e
Gentile Signora,
un po’ di anni prima che insorgesse sui nostri giradischi portatili questa canzone, cinque o sei anni prima, appena cominciai a poter acquistare qualche libro, uno dei primi titoli fu, insieme al mitico Cristo si è fermato a Eboli, Le parole sono pietre, di Carlo Levi. Semplice ma elegante Edizioni Einaudi, era anche maneggevole, una buona rilegatura, di quelle che permettono, ripiegando le pagine sul tenero dorso, una agevole lettura anche a letto. Mi ha tenuto dolce compagnia ed ancora potrei ritrovarlo se potessi accedere ad una delle tante scansie, tra loro incastrate, piene di carte libri e varie cose. Le confesso che ho anche tentato, per trovare una citazione che mi accompagnasse. Non ci sono riuscito e me ne vado per sassi di canzone, è uguale.
Il sasso fischiava. Non mi rendevo conto perché fischiasse il sasso di Giambattista Perasso, mi turbava finanche questaassonanza tra il nome del balilla ch’era d’obbligo nel sussidiario delle scuole elementari, sasso e Perasso, mi sembrava una cosa inventata, un forzato gioco di parole. Il ragazzo di Portoria con tutto il resto era inquietante, ci faceva sentire in colpa di non essere come quel giovanetto illustrato a colori, meschini noi piccoli balilla alla bell’e meglio rimediati in una ruvida divisa che riusciva finanche a inorgoglirci. Ma Perasso, del quale è dubbia l’esistenza, inquietava, dicevo, e noi speravamo in una occasione simile a quella della canzone che non riuscimmo a imparare tutta a memoria, speravamo di trovare anche noi un gruppo di austriaci ‘ncopp’’a ‘uardia per poter fare una surriata patriottica, esemplare. La surriata di pietre avveniva davvero, qualche volta, forse anche per una suggestione che veniva proprio dal balilla. Era guerra di pietre tra pezzi di quartiere, ho assistito a battaglie di pietre, ‘ncopp’’a ‘uardia contro abbasci’’a scesa, sarebbe ‘a scesa ‘i Minicuccio, in pratica la stessa strada, Via Antonio Luisi. Luisi o Luise, non importa. Mi fermavano se andavo per cose mie, curioso già com’ero di scoprire architetture, case, vicoli, o giardini, mi fermavano chiedendomi di dov’ero, piccolo e timoroso mi difendevo dichiarando d’esser prossimo abitante del luogo, oppure fuggendo, per non prendere una mazziata. O una pretiata. Cose così, il medioevo non era finito, centinaia di secoli mi stavano addosso, forse anche oggi non è finito. Non crede?
D’estate vado in alcuni paesi di mezza montagna, per colorare muri, il nostro gruppo si chiama Arte per la Valle, ma la valle è sotto, è la Valle del Melandro, Lucania. Noi siamo sui muri in alto, a volte mi individuo in un preistorico abitatore di quei luoghi, come se fossi uno dedito a pitture rupestri, uno di quelli che facevano graffiti di animali o carri o guerrieri muniti di lance. Ma guardando nel cielo le nuvole veloci portate dal vento, o il volo dei corvi, penso ai libri di Carlo Levi, alla Lucania che avevo cominciato ad amare sulle sue pagine. Vado in Lucania, nella terra di Rocco Scotellaro, morto giovane, che veniva anche qui nelle nostre pinete per incontrare Clotilde Marghieri come ricorda la scrittrice nel libro Amati inganni, donatomi da Gennaro Di Cristo, sensibile uomo di lettere. Clotilde veniva anche lei dalla “buia Lucania”, veniva dalle terre della Serra del Cedro. Non sono ancora andato nel cimitero di Tricarico per trovare la tomba di Rocco Scotellaro, non sono ancora andato a Matera per toccare i sassi, non sono andato ad Aliano detta Gagliano, o Alianello, o Grassano per ritrovare i paesaggi che Carlo Levi abitava, non sono andato ad Accettura, a Salandra, a Ferrandina dove mia madre andava coi treni a vapore durante la guerra per trovare cibarie, non sono andato a Metaponto per vedere ruine greche. Non sono andato e mi chiedo perché non ripercorro gli itinerari degli Ioni, perché non vado a cercare una nave per andare a toccare le colonne del Partenone e giocare tra le luci e le ombre dei suoi ambulacri, chi sono io che non vado a guardare le stelle seduto sulle pietre della Loggetta delle Cariatidi. Non sono nessuno.
Sono stato più giù di questi luoghi lucani, verso il mare, ho raccolto pietre sulla spiaggia di Praja a Mare, pietre schiacciate, quasi come patère, le ho accarezzate, le ho portate in una casa provvisoria, in alto, in collina, quasi un rifugio, come facevano gli antichi abitatori di quella plaghe deserte. E come antico pittore rupestre, sulle pietre ho dipinto minu- scoli paesaggi, per farne dono. Su quelle spiagge le pietre si stirano sotto il peso del sole e del vento, si adagiano alla sabbia come compresse dai piedi di Ulisse, di Enea, di Palinuro. A volte hanno segni colorati bianchi o rossi o neri, o azzurri, il mare ha giocato come facevano i pittori attici colorando vasi, colorando tombe, come le ho viste a Paestum, tombe come casette giocose, per allietare un viaggio nell’oltretomba. Da quelli non abbiamo imparato nulla, ci siamo insuperbiti ed ancor più intristiti davanti a cimiteri pieni di pietre grigie e nere, croci, colonne spezzate, angeli piangenti, lacrimevoli frasi di rimpianto. Potrei invidiare coloro che millenni prima del tempo nostro andavano verso la morte colorando il loro trapasso. Vorrei ancora raccogliere sassi che il mare ha consumato, che potrebbero essere anche le mie parole d’amore, e andare col treno, come qualche volta ho fatto, correndo con lo sguardo sulle riva solitarie, punteggiate ogni tanto da gruppi di pescatori, da cumuli di alghe, da gabbiani senza tregua. Ed anche questo è un viaggio che forse non avverrà più.
Lei potrebbe riconoscermi una natura di pietra, Signora, identica alle strade che erano di basalto, su quelli abbiamo posato i piedi per sentirne frescura che sorgeva dalla terra, quella pietra di fuoco custodiva tutte le stagioni delle nostre grotte, o delle nostre piccole montagne, dalle quali di mattina presto, come tanti quadri di Palizzi, le capre leccavano sale o altri umori a noi sconosciuti. Nei lunghi pomeriggi estivi uomini seduti per terra sembravano affondati nella terra, procedevano come granchi, erano scalpellini che rinnovavano la pelle della strada, avanzavano lentamente, manovravano scalpelli e mazzuola come se ricamassero, ed un ricamo era, un ritmo costante, una musica a noi familiare, anche questo suono ci è stato tolto, e questa pietra nostra, che dava un colore grigio e viola insieme, e dorato, che rifletteva albe e tramonti, ci dava una identità, un segno di carnalità vulcanica, un’appartenenza. Ora siamo orfani della terra, siamo stati adottati dall’asfalto.
Signora, mia figlia viene da lontano, mette ordine tra le cose. Nel ripostiglio ha trovato uno scatolo con tante piccole pietre, schiacciate, leggere, sembrano monete antiche, irregolari come quelle che sono nei musei. Raccolte sulle spiagge, servivano per coprire i numeretti della cartelle della tombola. La mia è stata una casa sempre ospitale. Senza aspettare il Natale, per molta parte dell’anno mia moglie raccoglieva molte amiche intorno a sé per le tombolate nei pomeriggi festivi, la mia casa era come un gineceo, e spesso le sedie erano insufficienti. All’apertura di ogni giocata la persona che otteneva con evidente gaudio il suo turno per la chiama, agitava in alto il bussolotto di vimini disegnando nell’aria ghirigori, come un annuncio araldico dichiarava che la sua mano era libera. Per ore si sentivano declamare numeretti preceduti da un fruscìo familiare, quello del panariello. Giocavano poche lire, fino a notte. Ho detto ad Anna Maria di lasciare le piccole pietre dove le ha trovate. Nella casa, quando sono solo come quasi sempre avviene, par di sentire quelle voci, e quel fruscìo, e di sentire scandire con sostenuta enfasi i numeri, e il grido improvviso di chi dichiarava un terno, una cinquina.
Erano amiche, erano felici, si volevano bene.
Non vengono più.
Omaggi, Signora.