Ciro Adrian Ciavolino


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Profumi

Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora

P r o f u m i


Appena nati, dopo un lavacro da materni umori, fummo avvolti da una nuvola di borotalco. Era minerale, ilprimo contatto con la terra. Il borotalco non era borotalco, forse neanche la vammana usava dire borotalco, quella nuvola per angelo senza ali era 'a póvere, 'a póvere, sì, 'a póvere. Non era neanche in un recipiente frivolo, come al borotalco sarebbe convenuto, qualche bustina di póvere era stata comprata, chissà, da un cartolaio che vendeva di tutto, anche merce per toilette, oppure in un negozio dove profumi di lavande, saponi e ciprie si confondevano per disorientarci come animali smarriti dal branco.
Profumi. Lavanda. Brillantina. Allume. Borotalco. 'A póvere. Mio padre aveva un modesto negozio di barbiere e in quello spazio dove mi ritrovavo di spalle, di profilo e di tre quarti per un gioco interminabile di specchi, dove sembrava si dovesse provare l'idea fisica dell'infinito per una ripetizione e moltiplicazione delle immagini, le nuvole di póvere cosparse sulle facce ruvide di calafati e marinai, con qualche signore che andava avanti e indietro per farci ascoltare lo scrocchio delle scarpe che lo esaltavano, annebbiavano il mio infinito, i miei cloni riflessi, i miei tuttotondi falsi. Da lì il cliente usciva sentendosi rinfrancato, come protetto dalle sue essenze che avrebbe condotto con sé fino a casa, forse pensando a una notte di amplessi vertiginosi per i turbamenti imposti dall'acqua profumata e dalla póvere.
Nella casa comune, nostra, dove camminavo tra gonne lunghe e scure e piene di pieghe come le sculture greche arcaiche, per la loro ampiezza e per il gioco di una serie infinita di càmmisi, sottogonne e mantesini, le donne illuminavano le gote con póvere color rosa, con sottili tamponi strofinati in scatolette rotonde, marca Coty. Era la cipria, forse dono di naviganti che portavano frenesie d'oltremare insieme ai servizi da caffè o da the di porcellana giapponesi, con draghi a rilievo tutt'intorno, un po' inquietanti, tazzine trasparenti come il volto diafano di quelle donne d'oriente che nascondevano il viso sotto ombrellini di seta, il loro volto si poteva scorgere guardando il fondo della tazzina in controluce, ho immaginato viaggi in Giappone al suono dolce dello strofinìo delle tazze sui piattini leggeri. Non era difficile che dalla strada arrivasse, come arrivava, specie la domenica mattina, il suono di un pianino dai cui cilindri veniva fuori il motivo di Balocchi e Profumi, mamma, mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi, per la tua piccolina non compri mai balocchi, mamma tu compri soltanto profumi per te, la canzone decideva crisi di coscienza per le nostre donne, a quella canzone erano trascinate, ad ogni tocco di cipria, quasi un senso di colpa, mentre si intravedeva un impalpabile velo di póvere, nobile e luminescente in un raggio ben definito di sole che come una lama tagliente entrava dalle imposte socchiuse. Ma erano pur sempre profumi, come quelli delle nostre facce che per un rituale primaverile avevamo lavato in una bacinella piena di petali di rose, di buon mattino, per la festa dell'Ascensione, riti propiziatori, come quelli antichi, che venivano da lontano, unguenti per esorcizzare la morte, profumi che si spargevano sulle are sacrificali, per assolvere acidi odori di sangue dove si immolavano fanciulle alle dee, a Venere, alla bellezza, all'amore, ah sì, l'amore, che pretende profumi, ma forse no, un profumo violento e insostenibile mi ha talvolta procurato una caduta emotiva, se posso dire così. Alla donna può non servire se i suoi umori carnali travolgono più di costose essenze, in fondo Orazio l'aveva detto che la donna ha un buon profumo quando non ha nessun profumo.
Abbiamo avuto i nostri profumi, primordiali, veraci, dalla natura. Ci siamo inebriati all'odore del mare, delle alghe, della sabbia scura pregna di cristalli del Vesuvio, di scivolose chiane, del legno e della stoppa incatramata nei cantieri, di reti di filo stese al sole ad asciugare, di scogliere, di scirocco molle sui muri volti al mare, di maestrale che ci inargentava i capelli, di grandi onde, di pioggia sul basalto dei moli. E di ginestre, di lapilli, di menta, di basilico, di tramontana, di licheni, e di stalle, e di caffè abbrustolito in una macchina manuale cilindrica, nera di fuoco di sarcinelle, e di pullanghelle vendute per la strade nei pomeriggi assolati e deserti, di castagne allesse, di caldarroste, di castagne spezzate rammollite sul braciere, di pigne sotto la cenere del focolare, e di conserva di pomodoro ncoppa i ppetturate 'i ll'astichi, nel veleggiare di biancheria stesa al sole.
Ma quale profumo più dolce nella nostra vita, se non quello di una madre, del suo seno nel quale ci siamo rifugiati, per piangere, per prendere latte, per dormire, per ascoltare cunti, per ridere, per dire, come una volta bambino le dissi, mammà, tengo nu compagno.


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Edited by Alfredo Perillo